The Good Choice | Nr. 3 | gennaio 2025
Questo è un articolo della newsletter The Good Choice. Arriva nella tua casella email ogni due settimane, il venerdì. Se vuoi iscriverti, gratuitamente, questo è il link.
Il prossimo venerdì 23 gennaio Alex Honnold, celebre solo climber (alpinista estremo), scalerà a mani nude il Taipei 101, il più alto grattacielo di Taiwan. Lo farà senza aiuti tecnici di alcun tipo, senza protezioni di alcun tipo, e in diretta mondiale su Netflix.
Ci sono diversi risvolti di questa vicenda che danno da pensare. Alcuni li cito e li accantono subito: i risvolti etici, sportivi, sociali di una simile scelta. Mi interessano ma non credo di poterne parlare con competenza. Posso condividere giusto un personale fastidio in vista di questo “evento”: che scelga di guardarlo o meno, mi dà ansia e credo che possa – se le cose andranno male – essere molto spiacevole e traumatico per molte persone. Ma questa è solo la condivisione del mio sentire.
Vorrei invece soffermarmi un attimo sui risvolti che hanno a che fare, più tecnicamente, con decisioni e scelte – perché ce ne sono diversi.
Uno di questi è la percezione del rischio rispetto al rischio vero.
Una delle prime cose che viene da chiedersi è: ma perché lo fa? E non è solo una domanda sull’etica, ma anche una domanda molto pratica: perché sceglie di farlo, di rischiare? Che cosa si aspetta? Quanta fiducia ha nell’esito positivo dell’impresa?
Honnold è un marito e un padre, di una figlia piccola. Ha amici, affetti, una vita piena e ricca. Non lo conosco personalmente ma, per quello che so di lui, tutto lascia supporre che abbia davvero intenzione di tornare a casa vivo. E che, quindi, stimi di avere ottime chances di poterlo fare, di compiere l’impresa indenne.
Andiamo un attimo ad esplodere la minaccia con cui si è messo a giocare. È un’occasione ideale per separare due concetti che spesso confondiamo fra loro: quello di rischio e quello di pericolo.
Prendo come riferimento il DL 81/2008, quello che in Italia regolamenta la salute e sicurezza sul lavoro. Uso questo perché attinge da definizioni condivise a livello internazionale, sulle quali c’è ampio consenso, e perché è il testo di riferimento con cui affrontiamo le minacce in tutti i nostri luoghi di lavoro. Del resto, quello di cui stiamo parlando è il lavoro che si è scelto Alex Honnold.
Nel testo si legge questa definizione di pericolo: “proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni”. Nel caso dell’impresa di Honnold, il pericolo, molto semplicemente, è la caduta dall’altezza che progressivamente raggiungerà. Ed è un pericolo mortale, con nessuna tolleranza: se ad un certo punto della salita cade, muore.
Questo ci porta a ragionare sulla possibilità o meno che (ac)cada, e qui entrano in gioco le probabilità e le stime che si possono fare su di esse. Entriamo nell’ambito del rischio: “probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente”. Suona un po’ legalese, ma è ben comprensibile: il rischio è la probabilità che il pericolo si manifesti e provochi un danno. La probabilità che Honnold cada, nel nostro caso.
Questa distinzione, pericolo e rischio, è importante. Prima di applicarla davvero al caso di Honnold, seguitemi su un paio di casi molto più comuni e “nostri”.
Qualche settimana fa, per un progetto che riguarda proprio la sicurezza sul lavoro, mi sono trovato in una fabbrica a 24 metri di altezza, la quota di lavoro più alta, su una scala di metallo esposta sul vuoto, che scendeva verso i livelli più bassi. La scala era semplice, sufficientemente ampia, affiancata da una ringhiera solida e dipinta di giallo e nero, quindi ben visibile. Mentre scendevo gli scalini, riflettevo sul fatto che il pericolo a cui ero esposto era chiaramente identificabile e netto: cadendo oltre quella ringhiera sarei morto, e così ogni altro operaio che ogni giorno percorre quella scala (per scelta, perché ci sono alternative per spostarsi fra i livelli, quella è una scala di servizio). Qual era però il mio effettivo rischio di cadere? In vita mia, che mi ricordi, sono inciampato e caduto pochissime volte facendo delle scale, e mai mentre ero attento a ciò che facevo. Anche in caso di inciampo, la ringhiera mi offriva ottime possibilità di aggrapparmi o di contenere la mia caduta e farmi restare sulla scala.
Il pericolo della caduta è altissimo, il rischio di cadere è bassissimo.
Seguitemi su un altro esempio, poi arriviamo a Honnold.
A volte faccio il gioco mentale di immaginarmi come reagirebbero degli alieni che capitassero all’improvviso sul nostro mondo. Lo so, è un gioco mentale un po’ strano, ma vengo al punto: immaginatevi che questi alieni, che ci interrogano con curiosità per capire come viviamo, ad un certo punto ci chiedano “bene, e come vi spostate?”.
“Usiamo le auto!” risponderemmo, entusiasti di condividere questa bella invenzione. “Ah! E diteci, sono dei mezzi sicuri, automatici, efficienti, che spostano i vostri preziosi corpi in piena sicurezza?”. “Beh…”
Dovremmo spiegare loro che le auto sono scatole di metallo da quasi due tonnellate, in grado di andare a oltre cento chilometri all’ora. Che sfrecciano per lo più su strisce d’asfalto appena più larghe di loro, sulle quali viaggiano in direzione opposta, senza barriere fisiche nel mezzo, scivolando a pochi centimetri una dall’altra. Certo, se si schiantassero una contro l’altra sarebbe un disastro, ma… abbiamo delle ottime precauzioni: alla guida di ogni auto c’è uno di noi, un essere umano, con tutte le sue distrazioni, stanchezze, pensieri per la testa, tempi di reazione scarsissimi, scoppi di emotività, per non parlare di stati alterati dovuti ad alcol o altre sostanze.
Gli alieni, impalliditi (se impallidiscono), ci chiederebbero: davvero a fronte di un pericolo mortale del genere affidate la guida delle auto a voi stessi? Ma vi fidate?
Non potremmo rispondere rassicurandoli con i numeri, perché sono tremendi. Le nostre strade hanno numeri da guerra. Ogni giorno, in media, solo sulle strade italiane, muoiono quasi 10 persone e ne restano ferite oltre 600. Ogni giorno.
Penso all’ultima volta che ho guidato l’auto, poche ore fa. Ho commesso, come sempre, molti piccoli errori: brevi distrazioni, errori di velocità o direzione, tutte cose che ho corretto frenando, sterzando, rimettendo gli occhi sulla strada davanti a me. Per mia fortuna, il sistema nel complesso è molto tollerante: l’auto ha una serie di sistemi di assistenza alla guida che compensano molto i miei limiti, e la fisica in gioco ha margini di tolleranza all’errore, prima di arrivare al danno. Ma, come ci dicono le statistiche, questa tolleranza non è infinita.
Veniamo ora all’impresa di Honnold. Il suo margine di tolleranza è prossimo allo zero: se in quella salita sbaglierà anche solo una presa, anche solo un movimento, cadrà. E se cadrà, il pericolo si concretizzerà in un danno irreversibile.
Ma qual è il rischio che lui sbagli? Quali sono le probabilità in gioco?
Per la persona che è, per quello che conosco di lui, sono convinto che la sua stima sia che il rischio è bassissimo. Rispetto alle scalate su roccia, su cui è uno dei migliori al mondo, scalare quel grattacielo è per certi versi più semplice: è una scalata regolare, con movimenti sempre uguali, con appigli saldi e sempre identici. Lui li conosce e sa di poter replicare quei movimenti, con successo, per il tempo necessario ad arrivare in cima.
Lo sa come noi sappiamo di poter scendere le scale, o guidare l’auto fino al lavoro, senza sbagliare. Anzi, meglio: lui sa di poterlo fare senza commettere errori, con una serie di scelte (perché ciascun movimento è una micro-decisione e una scelta) sempre corrette. Mentre noi, facendo le scale o guidando, sappiamo che errori ne commetteremo: piccoli inciampi, errori di giudizio e di valutazione, che però saranno, sperabilmente, tollerati dal sistema.
La nostra fiducia è in parte sulla nostra prestazione e in parte sul sistema, che ci compensa. La fiducia di Honnold è tutta sulla propria prestazione, qui sta la differenza.
Se fatichiamo a percepire l’impresa di Honnold come “poco rischiosa”, ricordiamoci che siamo gli stessi che tendono a sentirsi più sicuri in auto che in aereo, mentre è l’opposto. Confondendo il rischio con il pericolo, cadiamo facilmente in inganno. Ma anche questa è una caduta, metaforica, tollerata dal sistema che si prende cura di noi.
Forse in fin dei conti questa impresa di Honnold può davvero insegnarci qualcosa su noi stessi, portiamoci a casa questo. Anche se, personalmente, continuo a viverla con un certo disagio e a chiedermi se non ci siano modi meno crudi per imparare, in un’epoca in cui la tensione e la sofferenza attorno a noi sono già a livelli tutt’altro che bassi.
Alla prossima!
Francesco
Questo è un articolo della newsletter The Good Choice. Arriva nella tua casella email ogni due settimane, il venerdì. Se vuoi iscriverti, gratuitamente, questo è il link.

