Non cosa, ma come

immagine © Guy Billout, fonte: https://www.margarethe-illustration.com/billout-fine-art.html

The Good Choice | Nr. 9 | aprile 2026

Pochi giorni fa c’è stato il lancio della missione Artemis II, che ha portato quattro esseri umani a volare attorno alla Luna. Il lancio è avvenuto con il razzo SLS, uno dei più grandi e potenti mai costruiti. La sequenza di lancio, cioè la preparazione del lancio e la verifica che tutto funzioni a dovere, dura diverse ore e si fa via via più “calda” mentre ci si avvicina al momento fatidico. 

Gli ultimi dieci minuti sono completamente automatizzati: un sistema informatico, di fatto, lancia il razzo. Non c’è un pulsantone rosso con scritto “accensione” da premere al termine del conto alla rovescia. C’è invece l’opposto: gli operatori addetti alle diverse componenti del razzo verificano che tutto sia regolare (“nominal”, in inglese), che il processo si stia svolgendo correttamente, e possono in qualsiasi momento interrompere il conto alla rovescia se c’è qualcosa che non è nei parametri previsti.

La scelta di lanciare è quindi il default, è già presa, e può essere interrotta in qualsiasi momento, in quegli ultimi dieci minuti, se c’è motivo di cambiare idea.

Qualcosa di analogo accade per molte scelte importanti della nostra vita. Un classico esempio è il matrimonio fra due persone. La cerimonia, che sia religiosa o laica, è già organizzata: ci sono gli ospiti, i vestiti, gli addobbi, il celebrante. Manca soltanto il fatidico sì, che viene dato per scontato – salvo ripensamenti dell’ultimo minuto. Capitano anche quelli.

Oppure per l’acquisto di una casa: ci si accorda prima fra le parti e poi, alla fine del processo, ci si trova davanti al notaio, che legge tutto l’atto di compravendita ed è testimone del fatto che le parti coinvolte firmano il documento. La decisione era già presa, ma la scelta si compie in quel momento.

In altri casi la scelta di “lanciare o non lanciare” rimane in sospeso fino all’ultimo. Pensiamo ad una compravendita fra privati per un piccolo oggetto. Si discute sul prezzo, ci si incontra, lo si guarda insieme, magari si discute ancora. Alla fine si giunge ad un accordo e… ci si stringe la mano. La scelta è ufficializzata: tu vendi, io compro.

Notate come tutti questi esempi ruotino attorno alla scelta. La scelta è il momento in cui una decisione si incarna, si attua. 

In realtà il termine scelta è ambiguo. Nasconde due significati diversi

La scelta è la fine del processo: una volta scelto, non si torna indietro. Il razzo parte, il rogito è compiuto, la stretta di mano c’è stata e l’impegno è preso. Da lì in avanti, ci sono le conseguenze. 

Ma la scelta è anche un pezzetto della decisione, il suo atto finale. Mi avvicino allo scaffale del supermercato, allungo il braccio, prendo il pacchetto di pastasciutta e lo metto nel carrello. Ho scelto. È una fase ancora attiva: potrei interrompermi a metà del movimento, cambiare idea, rimettere il pacchetto sullo scaffale e prenderne un altro. Potremmo fermare il lancio del razzo o dire “no, non lo voglio” alla nostra promessa sposa o sposo. 

Diamo culturalmente molto peso a questa fase terminale del processo decisionale, alle scelte. Sono qualcosa su cui tende a concentrarsi la nostra attenzione (“starò facendo la cosa giusta?”), ma su cui abbiamo in realtà molto poco controllo

Il nome di questa nostra newsletter, The Good Choice, gioca su questo: la “buona scelta” è una chimera, qualcosa in cui speriamo ma che non siamo mai davvero certi di poter ottenere.

Non sappiamo se una scelta è buona o no, non lo sappiamo mai. Dobbiamo aspettare le conseguenze, spesso le conseguenze di lungo termine, per scoprirlo.

Quello che però possiamo sapere subito è se abbiamo preso una buona decisione

Tre giorni fa il New York Times ha pubblicato un dettagliato resoconto di come si è svolta la decisione di attaccare l’Iran da parte di Donald Trump e del suo entourage (qui un riassunto in italiano). Spoiler: sembra essere stata una decisione presa male, sotto diversi aspetti. 

È piuttosto raro che la stampa (e noi lettori) si concentrino su questo: su come vengono prese le decisioni, anziché su cosa viene deciso. Quando avviene è di grande valore.

Il lancio del razzo, il sì all’altare, la firma davanti al notaio, la stretta di mano, sono i momenti che celebriamo e a cui tende la nostra attenzione. La parte interessante però, a ben vendere, è il processo che precede questi momenti, il processo decisionale

Quello lo possiamo controllare, lo possiamo studiare scientificamente, lo possiamo correggere e potenziare con tecniche di decision-making. La nostra attenzione merita di essere indirizzata là.

Quando si arriva alla scelta, invece, i giochi sono già fatti. C’è spazio giusto per qualche ripensamento dell’ultimo minuto – in genere frutto di un processo mal compiuto.

E da lì in poi è anche peggio: non dipende più da noi. Quando le nostre scelte si presentano al mondo sono come figli che escono di casa: quello che potevamo plasmare lo abbiamo plasmato, ora possiamo solo gestire le conseguenze e iniziare a prendere nuove decisioni.

Decisioni e scelte. In inglese si dice “apples and oranges”, in italiano “mele con pere”: è tutta frutta, ma frutta molto diversa, che è importante saper distinguere. Chiudo allora con un semplice schema, utile secondo me da tenere a mente ogni giorno quando prendiamo decisioni grandi e piccole. 

Nelle scienze delle decisioni distinguiamo

  • le decisioni (il processo decisionale, quello che possiamo controllare, analizzare, giudicare, potenziare);
  • la scelta (la fase finale del processo decisionale e il momento in cui il processo stesso finisce, l’anello di congiunzione fra prima e dopo; “The Good Choice”, si spera);
  • le conseguenze (l’outcome del processo decisionale, l’impatto che genera sul sistema; completamente fuori dal nostro controllo. Quando il razzo è ormai in volo).

Distinguere questi tre momenti è il primo passo per poter decidere consapevolmente a quale fase dedicare la propria attenzione e le proprie risorse.

Buone decisioni (più che scelte),

Francesco