Non quando, ma dove

Immagine: Generato con l’AI.

The Good Choice | Nr. 11 | maggio 2026

Qualche settimana fa intervistando delle persone di un’azienda, per un’indagine su come funzionano in condizioni di pressione lavorativa e stress, mi ha colpito la lucidità con cui una di loro descriveva il proprio comportamento:

“Al lavoro cerco di essere rispettosa, a casa divento più impulsiva del necessario. Mi scappa la rabbia. Mi permetto di essere me stessa.”

Credo che in molti possiamo identificarci, almeno ogni tanto, in questa descrizione. Il contesto lavorativo, professionale, è spesso un contesto di regole che in qualche modo ci costringono a controllare i nostri comportamenti, a restare entro certi confini. Fuori da lì, è come se quegli impulsi che abbiamo tenuto a bada per ore chiedessero sfogo.

Quel che mi ha colpito ancora di più è che pochi giorni fa, durante il colloquio con le maestre della mia figlia più piccola, in terza elementare, abbiamo osservato lo stesso identico fenomeno. A scuola, una fitta rete di regole a cui si sottopone diligentemente e senza sbavature. Appena esce, come ci dice lei stessa con grande consapevolezza, “non ne può più” di regole, compiti e orari, e a volte le emozioni prendono il sopravvento – con stupore delle maestre: “Davvero? A scuola non succede mai!”.

Quarant’anni di differenza fra queste due persone, fra una bimba di terza elementare e un adulto che lavora in un’azienda. Stesso identico fenomeno. Stesso meccanismo di funzionamento. E pure un’analoga consapevolezza.

Come dire: cresciamo, certo, magari accumuliamo un po’ più di capacità di agire efficacemente in questi frangenti, ma non c’è poi molta differenza. Siamo esseri umani e lo rimaniamo per tutta la vita.

Negli episodi precedenti di questa newsletter abbiamo spesso parlato della dimensione temporale di una decisione, di quando effettivamente decidiamo. Tornerò a parlarne, perché è un temone, una chiave di lettura importante e spesso trascurata.

Ma ce n’è un’altra, che ci mostrano questi esempi, altrettanto importante e altrettanto frequentemente trascurata: non il quando, ma il dove decidiamo. In quale contesto.

La nostra mente è sempre a bagno in un contesto. A me piace chiamarlo proprio un bagno contestuale. Il termine bagno è usato in senso tecnico in molte discipline, sempre per intendere “un mezzo esteso che interagisce con un sistema più piccolo posto al suo interno” (ad esempio un bagno termostatico in chimica, o un bagno di sviluppo in fotografia). Per un essere umano, il contesto in cui siamo costantemente a bagno, e in cui ci muoviamo e prendiamo decisioni, è fatto di tanti diversi fattori, o strati. È un bagno complesso, in costante evoluzione. E non è mai ininfluente. Dobbiamo sempre tenerlo in considerazione, per spiegare una decisione.

Faccio qualche rapido esempio fattori che compongono il contesto.

Quelli fisici, i segnali dell’ambiente. Il modo in cui sono disposte le sedie in un’aula influenza il tipo di incontro che vi si svolge, l’attenzione rivolta verso una persona in particolare o verso il gruppo. O ancora: in un bagno d’albergo (inteso ora come toilet), un rotolo di carta igienica già iniziato e strappato male può portarci a strappare e gettare via il primo pezzo, prima di usare il resto del rotolo. Un rotolo ben ripiegato ed elegantemente chiuso con un piccolo adesivo ci tranquillizza e ci fa optare per utilizzarlo da subito in tutta tranquillità.

I fattori sociali: l’espressione di una persona spaventata ci attiva e ci fa mettere immediatamente in allerta. L’espressione calma e sorridente di una hostess in aereo ci tranquillizza e ci fa rilassare.

I fattori verbali: se mi dicono che un cibo è all’80% magro, o se mi dicono che è al 20% grasso, mi dicono la stessa cosa – ma l’impatto sulle mie decisioni intuitive è molto diverso.

E poi ancora due fattori, fra i tanti che possiamo evocare: quello emotivo e quello mnestico. Li abbiamo visti proprio negli esempi che ho raccontato in apertura.

Le emozioni, delicate o potenti, attivanti o bloccanti, ci accompagnano sempre. Spesso inosservate, non identificate, come un viaggiatore senza biglietto. A scuola o al lavoro scegliamo di comportarci nonostante alcune delle nostre emozioni. Le zittiamo.

Poi usciamo, siamo in un contesto di regole diverse (le regole, altro fattore contestuale), e notiamo la differenza: prima era diverso e mi comportavo rispettosamente, domani sarà ancora diverso e dovrò comportarmi rispettosamente; ora sono a casa e posso permettermi di sbragare.

Quindi la nostra mente non è in un contesto solo, quello presente. In qualche modo, magicamente, è costantemente a bagno anche nel passato e nel futuro. Una magia, un potere della mente, che solo negli ultimi decenni stiamo iniziando a spiegare scientificamente.

Il bagno contestuale in cui ci muoviamo e prendiamo le decisioni è un bagno multidimensionale e multitemporale, nientemeno.

Ho elencato qualche piccolo esempio, ma ho solo scalfito la superficie: il bagno contestuale è ricchissimo, pervasivo, costante.

Chiedersi dove si trova una persona quando decide, in quale contesto, è una domanda complessa ma inevitabile, se vogliamo davvero capirci qualcosa del perché si comporta così.

Buone decisioni,

Francesco