The Good Choice | Nr. 8 | marzo 2025
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Nella foto qui sopra vedete quella che da molti anni utilizzo come “borsa dei fili”, una borsina chiusa con zip dove tengo caricabatterie, cavi e adattatori per computer e smartphone. L’ho scelta di un colore sgargiante, apposta: si fa notare, così non rischio di dimenticarla in giro (quello che nel linguaggio del Nudging chiameremmo un intervento di Salienza).
Ora, c’è un problema. La borsina si nota, sì: ma diverse persone la vedono di un colore diverso. Per me è inequivocabilmente gialla. Molti altri mi dicono che è verde acida, o verde del tutto.
Provate a riguardarla e a chiedervi di che colore è per voi e fatelo tenendo a mente che ci sono altre persone per cui è di un colore diverso: non c’è un giusto o uno sbagliato. Ci sono diversi consensi.
Perché succede? Perché siamo agli estremi di quella che chiamiamo una classe percettiva: è un colore posizionato a cavallo fra il giallo e il verde, sufficientemente distante dal giallo puro e dal verde puro da generare, per alcuni di noi, ambiguità.
Quando si arriva all’estremo di una classe percettiva entra in gioco un altro tipo di relazione, che chiamiamo con un nome diverso: classe di equivalenza. Una classe di equivalenza non è più basata (solo) sulla percezione. Diventa arbitraria. Decido che chiamo questa cosa “giallo lime” e creo una categoria nuova.
Facciamo un esempio ancora più concreto. Una sedia è una sedia: tutti la riconosceremmo come tale. Ha la forma di una sedia. Finché non c’è dubbio che sia una sedia, siamo nell’ambito di una classe percettiva.
Poi però ci sono situazioni ambigue. Pensiamo a Giovanni e Giacomo (i comici) che, in un loro famoso sketch, la chiamano cadrèga e prendono in giro Aldo: lui, da siciliano, non capisce il dialetto milanese e non sa che pesci pigliare. Chiamare una sedia cadrèga è arbitrario: se non appartieni alla comunità verbale che parla quella lingua, non riconosci il nesso tra la parola e l’oggetto.
Oppure ancora, faccio un coming out: la prima volta che ho messo piede in una galleria d’arte contemporanea ho scambiato un’opera per una panca dove sedersi, e ci ho appoggiato sopra il cappotto. Ebbene sì. Di nuovo: quell’opera sembrava una panca (classe percettiva), e invece era considerata un’opera (classe arbitraria).
Ho fatto questa distinzione – che è stata fondamentale nello sviluppo delle scienze comportamentali – perché le classi arbitrarie ci aiutano a spiegare uno strappo culturale drammatico che stiamo subendo noi tutti, come società. E in modo particolarmente violento negli ultimi mesi, mi sembra.
Le classi arbitrarie cambiano, evolvono. Imparo a chiamare cadrèga una sedia. Imparo che quella che può sembrare una sedia è in realtà un’opera. I miei comportamenti evolvono di conseguenza: anziché sedermi sull’opera, la guardo con occhi nuovi, la studio, ci interagisco.
C’è un modello in particolare che trovo sia molto efficace per fotografare questa evoluzione. Si chiama Overton Window (“finestra di Overton”), l’ha sviluppato inizialmente Joseph P. Overton nell’ambito di un think tank statunitense per le politiche pubbliche.
Il modello è quello di una finestra: uno spazio che inquadra un continuumche va da quello che consideriamo “impensabile” a quello che consideriamo “la norma”.
È proprio la descrizione di una classe arbitraria e di come evolve nel tempo: la finestra si sposta lungo questo continuum e l’impensabile, per una certa comunità di persone (“il pubblico”), può diventare la norma.

La finestra lungo il continuum,. La grafica è colpa mia.
I modelli, come diceva lo statistico George E. P. Box, “sono tutti sbagliati, ma alcuni sono utili”. Sono sempre sbagliati perché semplificano la realtà. Sono utili perché aiutano a capirla.
La finestra di Overton è molto utile, secondo me, per osservare l’evoluzione culturale, che è come un fiume nel quale galleggiamo trasportati.
Facciamo un esempio veloce. Parlando di disabilità, oggi è comune e apprezzato (Popolare) parlare di “persona neurodivergente”. Le linee guida ufficiali dell’OMS (Standard) parlano di “persona con disabilità”. È invece del tutto deprecato (Impensabile) l’uso del termine “handicappato”. Ma la finestra si è spostata: quando ero un ragazzo io, parlare di handicap e di handicappato era comune.
Ecco, vengo all’oggi. In questi mesi e settimane stiamo assistendo a molti fatti che spostano molto, e molto velocemente, le nostre finestre di Overton. Prendo come esempio emblematico l’attuale presidente statunitense, Trump: le sue parole e le sue azioni stanno ridefinendo radicalmente quello che consideravamo “standard” e “impensabile”. Fino a pochi anni o mesi fa, non era pensabile che un presidente in carica mentisse platealmente, con leggerezza, in continuazione. Che decidesse arbitrariamente e in solitaria di muovere guerra o di rapire un capo di stato. Che insultasse pubblicamente giornalisti. Che prendesse decisioni di enorme impatto sociale ed economico senza essersi debitamente informato.
L’elenco, lo sapete bene, potrebbe continuare, e anche estendersi ad altre figure politiche: sono tante le finestre che si stanno spostando velocemente.
Mi direte, ma queste cose i presidenti americani le hanno sempre fatte, solo più discretamente. Già, più discretamente e con maggiori limiti: fa la differenza. Le parole, i modi, quello che diciamo o non diciamo ad alta voce, contano. Modificano le nostre classi arbitrarie.
Al tempo stesso altre finestre che avevamo spostato prima sono in qualche modo tornate sui loro passi: per citarne solo una, fino a poco tempo fa parlare di diversità e inclusione era uno standard, anzi, cominciavamo a parlare di non-esclusione. Oggi, in molte grandi aziende, “diversity, equiti & inclusion” sono diventati termini da non nominare neppure.
In questi mesi e in queste settimane noi siamo alla finestra, letteralmente: assistiamo, non c’è molto altro che possiamo fare.
Usare la finestra giusta ci può però aiutare a guardare meglio quello che sta effettivamente accadendo.
Buone decisioni,
Francesco
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