The Good Choice | Nr. 2 | gennaio 2025
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Durante le vacanze di questi giorni molti di noi si trovano a spostarsi in autostrada e guidare un’auto è prendere costantemente decisioni, in un contesto ricco di stimoli visivi. Segnali, colori, distanze. Tra gli strumenti del cruscotto ce n’è uno che sembra particolarmente chiaro e inequivoco: il tachimetro, l’indicatore di velocità. Una scala lineare, numeri ordinati progressivamente. Ogni dieci chilometri orari lo spazio è identico e questo suggerisce che ogni incremento abbia lo stesso peso. Passare da 20 a 30, da 100 a 110, da 110 a 120, visivamente è la stessa cosa. La rappresentazione suggerisce che tutto sia proporzionale.
Ma è una sottile e potente illusione. E come tutte le illusioni percettive diventa un problema quando iniziamo a prendere decisioni sulla base di ciò che ci racconta. Mi riferisco alla tentazione dello “accelero ancora un po’, così arrivo prima”: una tentazione alimentata da un’immagine che non racconta le cose come stanno.
La matematica ci permette di correggere la prospettiva, ma richiede uno sforzo mentale, perché al linguaggio matematico dobbiamo allenarci, non è il nostro linguaggio naturale. Riflettiamoci un attimo insieme.
La formula di base è tempo uguale spazio diviso velocità (t=s/v). Una formula semplice che però ha un’implicazione controintuitiva: la funzione che deriva da questa formula è iperbolica, non lineare. Significa che il tempo di percorrenza non segue la scala lineare del tachimetro ma è inversamente proporzionale alla velocità, cioè scende sempre più lentamente man mano che la velocità cresce, descrivendo (graficamente) un’iperbole. Vediamolo con un esempio concreto.
Immaginiamo una tratta di 100 chilometri e facciamo due conti. A 10 km/h servono 10 ore per percorrerli. Se accelero a 20km/h, ci metto 5 ore, dunque, accelerando di soli 10 km/h, ho 5 ore di tempo risparmiato. Accelerare di 10 km/h, in questo caso, significa raddoppiare la velocità iniziale, quindi il tempo si dimezza.
Ora spostiamoci a velocità più elevate. A 100 km/h serve un’ora per percorrere 100 chilometri.
Se saliamo anche qui di 10km/h, a 110, arriviamo in 54 minuti e mezzo: un risparmio di 5 minuti scarsi.
Se aumentiamo la velocità a 120 km/h scendiamo a 50 minuti: 4 minuti e mezzo risparmiati.
A 130 km/h servono 46 minuti: 4 minuti in meno.
Vedete? Aumentando la velocità, il risparmio di tempo è progressivamente sempre meno. Anche aumentando molto la velocità, i minuti guadagnati restano pochi. La lancetta si sposta parecchio, il beneficio quasi per niente.
Più siamo già veloci, meno l’accelerazione successiva incide. E qui sta il paradosso percettivo: la scala del tachimetro ci fa credere che l’aumento sia sempre uguale. Non ci racconta che l’effetto reale, in termini di tempo risparmiato, diminuisce progressivamente. Il disallineamento tra rappresentazione e realtà è il terreno su cui prendiamo le decisioni e su cui nascono errori di valutazione molto concreti. Perché se la percezione del beneficio cresce più rapidamente del beneficio stesso, le nostre decisioni tendono a sbilanciarsi.
A questo si aggiunge un altro fatto, ancora più lapidario della matematica: i tempi di reazione umani non migliorano con la velocità. Restano quelli che sono, fisiologicamente. Ma mentre la nostra velocità raddoppia, il margine per reagire si dimezza. La porzione di mondo che possiamo “gestire” in anticipo si restringe. La posta in gioco cresce, il guadagno no.
In poche parole, superare certi limiti di velocità in auto è un cattivo affare: una forma di investimento ad alto rischio e basso rendimento. Si rischia la pelle e non si guadagna che qualche briciola di tempo.
La questione, naturalmente, va oltre l’automobile. Il tachimetro lineare è un esempio delle molte rappresentazioni illusorie che guidano decisioni complesse: grafici lineari che nascondono dinamiche non lineari, interfacce che semplificano a tal punto da renderci ciechi agli ordini di grandezza. E così finiamo per accelerare dove dovremmo mantenere una sana velocità di crociera; spingere dove dovremmo valutare; interpretare un incremento come se valesse sempre lo stesso, ignorando che in molti sistemi – non solo quelli stradali – gli effetti marginali si assottigliano.
Forse servirebbe davvero un tachimetro diverso, che indichi in modo dinamico, in base alla nostra meta, il tempo risparmiato, e magari anche l’aumento del rischio in termini di tempi di reazione. Questo ci farebbe percepire la convenienza relativa di spingere sull’acceleratore. Se lo abbiamo sotto gli occhi entra nel campo decisionale.
Quello che però possiamo modificare rapidamente è la nostra consapevolezza di questi fenomeni e la competenza con cui raccogliamo e utilizziamo i dati. Questo esempio infatti vale sulla strada, ma si può trasporre alle decisioni che prendiamo nel lavoro, nella salute, nella vita quotidiana: informazioni distorte alimentano decisioni distorte. Informazioni chiare, equilibrate, ben calibrate, alimentano decisioni sane. Sapere come la mente gestisce le informazioni e come presentargliele al meglio, è la chiave.
Questo è uno degli argomenti che affronteremo nel prossimo Corso “Analytical Thinking, decidere con i dati”, in partenza a marzo 2026 (e in early booking fino al 13 gennaio!).
Intanto, una sano consiglio euristico per i prossimi viaggi: non correte, come avete capito non ne vale la pena!
Buone decisioni,
Francesco
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