Immagine: La prima calcolatrice versus carta penna e ragionamento, il tutto ricreato con l’AI
The Good Choice | Nr. 10 | aprile 2026
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Mia nonna insegnava matematica. L’aveva fatto per tutta una vita, in un’epoca in cui ancora non c’erano (diffuse, tascabili) calcolatrici. Ebbene sì: le prime calcolatrici tascabili sono state inventate, dall’americana Texas Instruments e dalla giapponese Sharp, alla fine degli anni sessanta del Novecento, e hanno cominciato a diffondersi da noi dalla metà degli anni settanta.
Io, alle medie, avevo una mia prima piccola calcolatrice. L’avevo battezzata Pascalina – ce l’avevo proprio scritto sopra – dal nome della prima calcolatrice meccanica della storia, inventata da un diciannovenne Blaise Pascal alla metà del Seicento. Pare che Pascal l’avesse progettata con l’intento di aiutare il padre, che lavorava come esattore delle tasse, a eseguire calcoli lunghi e ripetitivi senza commettere errori.
Quando andavo da mia nonna a fare i compiti di matematica con la sua supervisione e assistenza, io usavo la Pascalina, dove possibile. Lei, no: rifiutava quell’inutile aggeggio moderno. Ormai in pensione da tempo, rimaneva aggrappata al modo di fare i calcoli che aveva praticato e insegnato per tanti anni. Ricordo ancora molto chiaramente i blocchetti di carta giallina, un po’ ruvida, e le Bic blu con cui, per ogni risultato che mi forniva istantaneamente la Pascalina, lei si metteva a fare i calcoli a mano. Perché non si fidava, di quell’aggeggio elettronico. Sì magari ci azzecca, ma proprio sempre? Verifichiamo. E giù di divisioni con riporto, moltiplicazioni in colonna, radici quadrate. Calcoli lunghi e ripetitivi, trecento anni dopo il padre di Pascal.
Impegniamo la nostra mente in tanti modi, con tanti diversi tipi di sforzo. Uno di questi è il calcolo matematico o algebrico. Un altro è la presa di decisioni.
Si parla, in letteratura scientifica, di decision fatigue, fatica decisionale. Ci si riferisce proprio all’affaticamento insito nel prendere decisioni. È quell’esperienza quotidiana per cui può capitare (a me capita spesso) di trovarsi la sera, magari con il proprio partner, a dire “dobbiamo decidere cosa fare per le vacanze… prenotiamo? Dove? Quando? E questo weekend, cosa facciamo? Proponiamo una cena a quegli amici? Ma li prendiamo i biglietti per quel concerto?”. E poi di guardarsi negli occhi e dirsi “basta, io per oggi ho preso troppe decisioni… ci pensiamo domani”.
Di decisioni ne prendiamo tante, è vero. Tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti – in effetti anche tutti i secondi. Ogni gesto, ogni passo, ogni respiro, sono una decisione. Ogni parola, ogni email, ogni conversazione, ogni strategia. Qualcuno ha provato a contarle, ma è un’operazione che non ha molto senso: sono un flusso continuo, stabilire dove finisce una e inizia l’altra è tutto sommato arbitrario.
Ovviamente, però, non le prendiamo davvero tutte. Non per tutte usiamo la stessa dose di consapevolezza, impegno, attenzione, tempo. Mia nonna sceglieva di fare tutti i calcoli a mano, io ne delegavo molti alla Pascalina. Lo stesso faccio con le decisioni.
Mentre guido la macchina freno, accelero, sterzo, correggo la direzione. Tutte decisioni. Poi mi ritrovo alla meta e mi rendo conto che ho preso gran parte di quelle decisioni con il pilota automatico, senza nemmeno sapere che il mio piede si muoveva da una parte e dall’altra, che i miei occhi guardavano, che le mie braccia agivano. Anzi, durante il tragitto ho pensato, telefonato, ascoltato un podcast.
Quindi gran parte delle decisioni quotidiane le prendo con il minimo sforzo e la massima efficienza. Intuizione, euristiche, pilota automatico, memoria muscolare, abitudini radicate, eccetera.
Altre, quelle che richiedono testa, spesso e volentieri le delego. Ad altre persone o a macchine, sistemi: quelli che chiamiamo motori decisionali, choice engines. Le Pascaline delle decisioni.
Un esempio semplice: fino a pochi anni fa, molte persone dimenticavano la tessera del bancomat nel bancomat, dopo aver prelevato i soldi. Questo comportava problemi e costi di gestione dei problemi per le banche. Tutto per una dimenticanza, una decisione non ben presidiata: prendo i contanti e me ne vado senza riprendere la tessera. La soluzione, ormai diffusa su quasi tutte le macchine, è stata di sottrarre la decisione alle persone. Non scegli più tu se ritirare o meno la tessera dopo aver preso i soldi, perché ti costringo a prendere la tessera prima di erogare il contante. Ci hanno sgravato di una decisione che, troppo spesso, non prendevamo bene.
In effetti questo motore decisionale, semplice e piuttosto brutale, limita la nostra libertà di scelta. Ma nessuno si è mai lamentato, perché ci aiuta, ci permette di funzionare meglio.
Meno decisioni è meglio, dunque?
Teniamo vivo il parallelo da cui siamo partiti: meno calcoli a mano è meglio?
Credo che tutti noi tenderemmo a rispondere “nì”. È vero, la calcolatrice ci rende più efficienti, più rapidi… ma saper calcolare a mano è importante. Mi fa capire più a fondo la matematica di base. Ed è pure un bell’allenamento cognitivo, ché altrimenti la mente matematica si atrofizza.
C’è del vero in tutto questo, lo penso anch’io. Dobbiamo scegliere con cura che cosa delegare alla calcolatrice e su cosa applicare la mente. E dobbiamo fare lo stesso con le decisioni: chiederci su quali vale la pena attivare il pilota automatico, quali vale la pena delegare, ad altri o a delle macchine, e su quali invece applicare la mente.
Oggi siamo alle prese nientemeno che con l’AI. Un motore decisionale come non si è mai visto prima. Che cosa, quando, quanto, delle nostre decisioni, vale la pena delegare ad essa?
La risposta non è on-off, tutto-o-nulla. È una simbiosi, un binomio, mente ed AI nel processo decisionale, insieme. È una nuova sfida.
Mia nonna esagerava col tenersi addosso il fardello del calcolo. Ma mi ha dato da pensare. Quello che silenziosamente sollevava è un interrogativo che mi sembra più che mai vivo e contemporaneo.
Buone decisioni,
Francesco
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