“Per venire incontro alle vostre capacità mentali”

The Good Choice | Nr. 5 | febbraio 2025

Anni fa Daniele Luttazzi faceva un famoso sketch comico che si apriva con lui, nei panni di un presentatore di telegiornale, che annunciava: “Questa edizione andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali”.

Mi ha sempre fatto ridere quel sarcasmo irriverente. Mi torna però in mente sempre più spesso oggi, senza più farmi ridere, anzi.

Complice un periodo dell’anno in cui si attivano con più facilità nuovi percorsi di consulenza e formazione, in queste settimane mi è successo più volte di ricevere appelli alla semplicità. Semplicità nel progetto nel suo complesso, semplicità nelle parole usate, nell programma formativo, negli argomenti. E viene chiesto, più o meno direttamente, per “venire incontro alle capacità mentali” delle persone coinvolte: “Non usare l’inglese, traduciamo tutto”, “Niente argomenti troppo spessi, facciamoli un po’ divertire”, “Se si riesce a fare in un’oretta, meglio”, “Non spaventiamoli con descrizioni troppo complesse”, e così via.

Un approccio di tutela preventiva, e magari anche non richiesta, che in genere viene presentato come una forma di rispetto per il tempo e le energie delle persone, ma che a ben vedere nasconde una bassissima considerazione delle persone stesse. Il messaggio sottostante è “sono persone semplici, hanno bisogno di divertirsi, niente paroloni, dai”.

C’è insomma un timore diffuso di impegnare i cervelli e le energie delle persone a fare quello che a noi esseri umani, in realtà, riesce meglio: affrontare la complessità. Se ci pensate, la capacità di affrontare la complessità è stato storicamente IL nostro vantaggio evolutivo, la ragione per cui abbiamo potuto, nei millenni, fare a meno di artigli, canini, pelliccia, abilità atletiche, eppure avere un successo straordinario come specie, invadere il pianeta e plasmarlo (brutalmente). Siamo forti, siamo vincenti, perché siamo in grado di fare i conti con la complessità: ragioniamo, analizziamo, ipotizziamo, capiamo, prendiamo decisioni.

Da cosa arriva questo timore che le persone si stanchino, si annoino, si confondano, si disinteressino? Beh, un’idea mi viene in mente subito. Ma prima di arrivarci, parto da un aneddoto dei tempi dell’università.

Da ragazzi, studiando per la prima volta le ricerche comportamentali e neurofisiologiche di base, quelle ormai mitiche svolte con i primi topolini in gabbie appositamente attrezzate (Skinner Box e simili), la domanda che ci veniva subito in mente era: cosa succederebbe se creassimo una Skinner Box con una leva che aziona un elettrodo che stimola direttamente il cervello e offre totale appagamento? Un cortocircuito perfetto, il topo preme la leva e gode, e non gli serve più altro. Niente effetti collaterali, puro piacere. Il topo andrebbe aventi a premerla all’infinito, no? E se lo facessimo con una persona? Sarebbe un sogno o un incubo, quello che realizzeremmo?

Ecco, negli ultimi anni l’incubo si è materializzato. I social media, in tutte le loro forme, hanno creato un’economia dell’attenzione: algoritmi sempre più efficaci selezionano per noi la stimolazione più appagante a fronte non della pressione di una leva, ma di un movimento del pollice sullo schermo dello smartphone. È un cortocircuito che ormai rasenta la perfezione, che ci dà appagamento senza (apparenti) effetti collaterali.

In questo modello, il pensiero (l’approfondimento, il pensiero critico, la complessità) è pericoloso per il sistema, è quello che genera effetti collaterali: se le persone si prendono tempo per pensare, se non si limitano a risposte semplici, se ragionano e criticano la fonte di informazioni, è un problema, il meccanismo si interrompe e il sistema perde di valore.

E allora via con risposte semplici, video brevi, distrazioni, divertimento. Appagamento facile. Semplicità.

La mia impressione è che tutto questo rischi, tanto per peggiorare la situazione, di portarci ad un circolo vizioso in cui perdiamo stima e fiducia nelle persone. I contenuti brevi funzionano, le distrazioni vendono alla grande, la semplicità paga… quindi è questo che dobbiamo spacciare, lasciamo da parte la complessità. Tanto non la vogliono. Anzi, proprio non la reggono più.

Credo che ci sia bisogno di andare in direzione esattamente opposta. E le aziende, quelle a cui mi riferivo indirettamente in apertura, quelle che organizzano progetti di cambiamento e percorsi di formazione, dovrebbero essere le prime a dare fiducia alle proprie persone e impegnarle, offrire occasioni di ragionamento complesso, insistere a valorizzare la dimensione che più ci caratterizza come specie: il pensiero.

Nel nostro piccolo, è la missione su cui abbiamo costruito Decision Academy: niente sconti, niente semplificazioni, e invece occasioni per approfondire e affrontare criticamente argomenti complessi. Perché ne siamo all’altezza, tutti.

Buone decisioni,

Francesco