Quanto è difficile non-fare

The Good Choice | Nr. 4 | febbraio 2025

Da un paio d’anni uso uno spazzolino elettrico. È la prima volta in vita mia che resisto per due anni di fila ad utilizzarlo: in passato ci avevo provato ma dopo poco ero sempre tornato al manuale.

Questa volta, complice un’igienista dentale particolarmente abile nel convincermi, sto resistendo. Ma faccio fatica. E non lo uso bene.

Faccio fatica e non lo uso bene per la stessa ragione per cui questo modernissimo spazzolino mi è stato consigliato ed è stato progettato: perché fa tutto lui. È progettato per lavorare al meglio sul dente. Tutto ciò che mi è richiesto di fare è di mettercelo, sul dente. E stop, fermo lì. Aspetta che lui faccia il suo lavoro, poi spostalo sul dente a fianco. E aspetta. Fermo.

Io fatico e restare lì fermo: lo muovo, mi viene da spazzolare, vorrei aiutarlo, fare qualcosa.

Cambiamo ambito. Paul Samuelson, premio Nobel in Economia nel 1970, disse una volta che fare investimenti finanziari dovrebbe essere come “starsene a guardare la vernice che asciuga o l’erba che cresce”. Se vuoi le emozioni, prendi 800 dollari e vai a Las Vegas, diceva. Se vuoi investire, investi e poi stai fermo. Resta a guardare. Non muovere lo spazzolino, lascia che lavori lui.

Però poi vediamo i mercati ondeggiare, i prezzi cadere o impennarsi nel breve periodo, e ci fremono le mani: vorremmo muoverci, vendere, comprare, altro che restare fermi.

Tutto questo vale anche per compiti cognitivi complessi e più elevati. Pensiamo alla facilità con cui esprimiamo un’opinione, un giudizio. Fate la prova: alla prossima pizza con amici o cena in famiglia buttate lì un tema a caso, qualcosa su cui siete sicuri che nessuno dei commensali è esperto. In genere basta un qualsiasi tema di attualità, su cui siamo magari informati, in genere lacunosamente, ma quasi mai esperti. “Che ne pensate della Groenlandia?” “Cosa si dovrebbe fare con i danni del maltempo in [qui basta inserire l’ultima regione colpita in ordine di tempo]?” “E le auto elettriche?”. Osservate con che facilità tutti esprimeranno un’opinione. Magari premettendo “non so, ma penso che…”.

Per non esprimere un’opinione dobbiamo fare qualcos’altro: morderci la lingua, in senso letterale o figurato (cioè ripeterci mentalmente “non ne sai abbastanza, non parlare”).

Ormai avete capito il punto. Ma faccio un ultimo, imbarazzante esempio.

Quanti di noi fanno oggi fatica – nel 2026, dopo anni di immersione in un mare di social media e app di messaggistica – ad andare in bagno senza il cellulare?

Non è che sia una cosa del tutto nuova: un tempo, mentre facevamo le nostre cose in bagno, leggevamo le etichette del bagnoschiuma e dello shampoo. La prima cosa che ci capitava sottomano. Oggi quello spazio di attenzione è stato acquistato da Instagram, TikTok e compagnia, che se lo rivendono con lauti guadagni.

C’è un filo rosso che collega lo spazzolino, gli investimenti finanziari, l’opinione espressa in una cena tra amici, il cellulare fra le mani in bagno: abbiamo una naturale tendenza a fare, agire, riempire il vuoto. E un naturale disagio nella condizione opposta, un horror vacui – che sia comportamentale, cognitivo od emotivo.

Siamo fatti, plasmati dall’evoluzione, per fare, assai più che per starcene fermi.

E ovviamente questo non è sempre un bene, anzi. Spesso, almeno nei contesti di vita contemporanei, saper inserire uno spazio, temporale e mentale, fra stimoli esterni e reazioni nostre, è una gran cosa, un’abilità preziosa. La premessa per poter sviluppare decisioni sane.

I modi per farlo ci sono, si imparano e si allenano: le tecniche di mindfulness, la capacità di sospendere il giudizio. Quest’ultima è un’abilità promossa esplicitamente da personaggi apparentemente in antitesi come Wilfred Bion, psicanalista psicodinamico del novecento, e Daniel Kahneman, economista comportamentale e Nobel 2002. La pratica della mindfulness è sostenuta da tradizioni e culture millenarie e da evidenze scientifiche recentissime. 

Come dire: siamo tutti, e da tempo, ben consapevoli che la natura umana ci porta in una direzione, quella del fare, e che abbiamo bisogno di dedicarci ad imparare e allenare l’opposto, il non-fare. 

Non c’è che da rimboccarsi le maniche e… come si dice? “Darsi da fare” 🙂

(Esercizio a casa, andare in bagno senza cellulare!)

Buone decisioni,

Francesco

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