The Good Choice | Nr. 12 | maggio 2026
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Mi rendo conto che per completare il titolo di questa settimana ci vuole probabilmente una certa età anagrafica. Per i più giovani, lo svelo io: oggi parliamo di emozioni.
Il trigger per parlare di emozioni mi viene da mia figlia piccola, otto anni. Ieri, come spesso le piace fare, mi ha chiesto il telefono per cercare un’immagine da copiare. La trova, la stampa, si mette al lavoro con foglio e colori. Io poi vado a vedere che ricerca ha fatto e trovo che ha scritto su Google:
Persone che fanno faccia cute da colorare
Ora, la faccia cute (pronuncia chiùt, per intenderci), nel gergo suo, di sua sorella maggiore e di un folto gruppo di amichette, è una faccia di questo tipo:

Cute è un’espressione facciale e pure un’emozione, manifestata e trasmessa. Per loro è qualcosa di ben definito: così è cute, così non è cute, “Papà guarda che cute che sono”, “Oooh com’è cute il muso di quel pupazzo”, il tutto sempre accompagnato da espressioni facciali che, per me profano, sono un mix di sorrisi, occhiolini, espressioni buffe, autoironia.
Le espressioni facciali, ci hanno insegnato a scuola, sono il modo con cui esprimiamo le emozioni. E c’è un set ben definito, ci hanno detto, di espressioni facciali e relative emozioni che esprimono: la rabbia, la gioia, il disgusto e via dicendo. Così ben definito da essere addirittura universale, proprio di qualsiasi essere umano, ovunque nel mondo.
A qualcuno di voi sarà magari già balzato in mente un nome: Paul Ekman, no? Lui e le sue ricerche sull’espressione universale delle emozioni fondamentali.
E però non è vero.
In qualche modo lo mostra già il nostro piccolo caso della faccetta cute, un’emozione/espressione nuova, che rompe gli schemi.
Più profondamente, lo dimostra una storia di scienza: di inefficienza ma testarda efficacia della ricerca scientifica, che credo meriti di essere raccontata. Sia perché ci ricorda come funziona la scienza, sia perché ci permette di capire meglio quel complesso fenomeno che sono le emozioni umane.
Partiamo dalle basi.
Paul Ekman è il ricercatore più noto, l’iniziatore dello studio dell’espressione facciale delle emozioni, indirizzato dal suo mentore Silvan Tomkins e affiancato dal collega Wallace Friesen. Si basano su un’intuizione di Darwin risalente ad un secolo prima: in The Expression of the Emotions in Man and Animals, del 1872, il padre dell’evoluzionismo suggeriva che potesse esserci una base biologica ed evolutiva per le espressioni emotive. Ekman e colleghi ripresero quell’ipotesi e selezionarono sei emozioni di base, sufficientemente distinguibili e rappresentabili da attori. Le fecero esprimere da attori, selezionarono le foto più chiare e distinguibili (foto come quelle all’inizio di questo articolo) e avviarono la ricerca.
La ricerca, iniziata a fine anni ’60, consisteva in un metodo poi replicato centinaia di volte anche da altri ricercatori: prendere la foto della faccia di un attore che impersona un’emozione, presentarla ad un soggetto accompagnata da una serie di etichette verbali di diverse emozioni, far scegliere al soggetto l’emozione che ritiene sia rappresentata dalla foto.
Notate bene: foto accompagnata da elenco di nomi di emozioni fra cui scegliere. Ci torniamo, su questo aspetto.
Ekman inizia le sue celebri ricerche, anche in culture non occidentali e remote, come tribù isolate. E trova risultati costanti: gli esseri umani, in ogni dove, riconoscono spessissimo il nome corretto dell’emozione rappresentata.
Questa scoperta conduce i ricercatori ad un’inferenza molto potente. Il ragionamento è questo:
a. le persone in tutto il mondo riconoscono queste espressioni emotive di base;
b. se le riconoscono, devono aver imparato a riconoscerle vedendole sulle facce degli altri…
c. …quindi, in tutto il mondo le persone esprimono le emozioni proprio in questi modi;
d. l’espressione delle emozioni è allora universale e di natura biologica, genetica, più che culturale.
Secondo questo ragionamento, insomma, l’espressione delle emozioni non si impara: fa parte del genere umano, è predeterminata.
Poi casca l’asino.
Ma aspetta… prima che l’asino caschi, c’è un boom di ricerche confermative! Dopo i primi risultati di successo di Ekman, per anni vengono pubblicati centinaia di studi che riprendono la stessa procedura e confermano gli stessi risultati, in culture diverse.
È un classico meccanismo della scienza, che si è visto molte volte per molte ipotesi e modelli: se la procedura funziona e sta creando consenso, replicarla e pubblicare è facile e gradito. Go with the flow. E pubblicare fa sempre bene alla carriera.
Ma la scienza è fatta anche del meccanismo opposto: la ricerca di falsificazioni. Questo richiede costruire esperimenti che provino a mettere in dubbio i risultati, a chiamare in causa variabili trascurate. E comporta assumere un ruolo critico, subire revisioni agli articoli più dure, magari venire persino ostracizzati dalla comunità scientifica.
Ci vuole determinazione e ci vuole un po’ di tempo, insomma. Ma prima o poi, fatalmente, la macchina scientifica si muove.
Le prime disconferme significative arrivano quando la tecnologia inizia a permettere di rilevare le contrazioni dei muscoli facciali. I muscoli facciali sono diverse decine: se misuro il loro movimento, e se è vero che le espressioni facciali delle emozioni sono un fatto universale, allora dovrei trovare dei pattern di contrazioni che si ripresentano con costanza ogni volta che – ad esempio – una persona esprime gioia, o rabbia.
E invece no: questi pattern non compaiono. I movimenti muscolari sono molto più confusi e vari del previsto.
Poi c’è il contesto. Nuove ricerche mostrano che se le espressioni facciali sono accompagnate da diverse posture, o da elementi di contesto, ad esempio una breve storia sulla persona mostrata in foto e le circostanze in cui si trova, l’interpretazione dell’emozione cambia radicalmente. La gioia viene interpretata come sorpresa, la rabbia come stupore: non è più tutto lineare come negli esperimenti molto semplificati e controllati (con foto artificiali, ricordiamolo, di attori).
E poi la mazzata finale. Abbiamo detto che il protocollo di Ekman e colleghi prevedeva di mostrare, accanto alla foto, un elenco di nomi di emozioni fra cui scegliere. Salta fuori che questo funziona come un’imbeccata: se gli stessi esperimenti vengono fatti senza cues, senza indizi, il riconoscimento delle emozioni cala drasticamente. Se si chiede ai soggetti di scrivere loro stessi il nome dell’emozione che vedono, le espressioni facciali vengono interpretate in modi molto incostanti. Se si chiede semplicemente di abbinare foto di emozioni analoghe interpretate da attori diversi, le persone ci azzeccano molto poco.
Insomma: le emozioni venivano universalmente riconosciute perché erano gli sperimentatori stessi a suggerirle, involontariamente.
L’ipotesi dell’universalità, universalità del riconoscimento e quindi dell’espressione, crolla. E deve essere sostituita.
Il grande pubblico, ancora oggi, è rimasto alle ricerche di Ekman, facili da raccontare e che hanno avuto grande risonanza. La scienza è andata avanti invece. Purtroppo, molto meno raccontata.
Le nuove ricerche, portate avanti da ricercatori e ricercatrici contemporanei (una delle più impattanti e note, efficace divulgatrice, è stata Lisa Feldman Barrett con il suo gruppo), mettono alla prova le persone di tutto il mondo, alla ricerca di quelle variabili che producono un effetto. E cosa scoprono?
È la cultura, baby.
Si ritorna alla spiegazione culturale, ma in modo più complesso e intricato. Si mette in luce il ruolo delle aspettative, l’effetto dell’esperienza passata, l’influenza delle parole e dei concetti che le persone già possiedono.
Quello che è evidente è che l’espressione delle emozioni non è un fatto biologico immediato: è un fatto culturale, appreso. Impariamo ad esprimere le emozioni.
Di più: impariamo a creare, ad incarnare le emozioni. Generiamo noi stessi le emozioni.
Uno dei danni culturali che sono derivati dalla grande notorietà delle ricerche di Ekman è l’idea diffusa di un dualismo: l’idea che le emozioni siano qualcosa che è dentro di noi, dentro il nostro corpo, e che si manifesta all’esterno con le espressioni facciali (lo dice il termine stesso: esprimo, dal latino ex premere, spingere fuori). Siamo stati educati a pensare così, in modo molto lineare: da dentro a fuori.
Questo modello ingenuo si trova ancora in tanti libri per bambini. L’emozione è qualcosa che hai dentro e che si manifesta.
Questo modello non rende giustizia al fenomeno reale. Le emozioni umane sono qualcosa di molto meno lineare, molto più dinamico e molto più relazionale.
Facciamo un esempio, proviamo a spacchettare un’emozione come la rabbia.
Poniamo che qualcosa ci faccia arrabbiare. Ecco che il nostro organismo reagisce, in modo rapido e immediato, con una serie di cambiamenti e di sensazioni: magari i muscoli si tendono, il viso si arrossa, il cuore accelera. È molto soggettivo e molto vario, in realtà: ci si arrabbia in mille modi diversi.
Sempre a titolo di esempio, facciamo che queste reazioni si manifestino in uno specifico momento e contesto: qualcuno ci ha appena aggrediti verbalmente. È un film già visto: ci è già capitato in passato, già a scuola da piccoli, e lo abbiamo visto succedere ad altri, molte volte. Lo abbiamo visto succedere anche nei film e nei cartoni animati e ce lo hanno raccontato amici e conoscenti. Tante storie analoghe, di persone che ricevono un insulto e immediatamente, in pochi istanti, provano delle sensazioni corporee. E quella cosa, abbiamo imparato, si chiama “rabbia”. Abbiamo imparato a definire quella situazione così.
Ma non finisce qui. C’è altro che abbiamo imparato, nel corso della vita.
Abbiamo imparato a reagire a quelle prime sensazioni, ad un livello fisiologico e largamente inconsapevole. Appena ci sentiamo arrabbiati, il corpo si attiva ancora di più: i pugni si stringono, i denti si serrano. Ci viene l’impulso di insultare a nostra volta, o magari di colpire, o magari di piangere. Non lo controlliamo: è un’escalation che arriva, ma che è frutto di apprendimento, di esperienze passate.
E abbiamo, sperabilmente, imparato anche come agire consapevolmente, come gestire quella situazione. Magari ci diciamo “Non cedere alla provocazione”, oppure “Meglio che mi allontano, altrimenti sbrocco”.
Questa descrizione è ancora una forte semplificazione, ma comincia a darci un’idea della complessità del fenomeno emotivo: un’emozione è tutto questo, è il frutto di molti apprendimenti, di aspettative, di reazioni che coinvolgono il corpo e la mente. È qualcosa che ha sempre anche una dimensione temporale, che si sviluppa nel tempo, breve o lungo che sia.
Ed è qualcosa che impariamo, che sviluppiamo nel corso della vita.
Comprendere per convivere.
Al di là della storia di scienza, il motivo di questo racconto è che credo sia molto importante diffondere una visione aggiornata, contemporanea, del fenomeno emotivo.
Le emozioni sono un compagno di viaggio inseparabile delle nostre decisioni. Decidiamo immersi in un contesto emotivo, sempre e comunque.
Comprendere cosa sono le emozioni, come le creiamo, e come possiamo gestirle è fondamentale se vogliamo che siano delle alleate, e non delle nemiche, delle nostre scelte.
Buone decisioni,
Francesco
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